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20 agosto
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Scoperto il mausoleo del “Gladiatore”

ECCEZIONALE RITROVAMENTO ARCHEOLOGICO
Scoperto il mausoleo del «gladiatore»,
generale dell’imperatore Marco Aurelio
NEI PRESSI DI DUE PONTI, SULLA VIA FLAMINIA, RIEMERGONO
LA TOMBA DI MARCO N. MACRINO E LA STATUA DELLA MOGLIE

ROMA – Ora gli archeologi hanno trovato anche la statua della moglie del «gladiatore». E’ riemersa, alle porte di Roma, accanto alla via Flaminia e al mausoleo del generale di Marco Aurelio – il senatore bresciano Marco Nonio Macrino – che giace con tutti i marmi sparsi alla rinfusa. Insieme ad una iscirzione che prova l’esistenza del personaggio che qualche mese fa era stato identificato come possibile ispiratore della figura del Gladiatore, poi interpretato da Russel Crowe.
Gli scavi della Soprintendenza speciale archeologica di Roma sono ripresi da un mese, dopo i primi ritrovamenti riemersi nel cantiere edile di via Vitorchiano a partire dal 2007. E non passa giorno che non si aggiungano sorprese. La più importante è che è riemerso ora in tutta la sua interezza il basamento del mausoleo del «generale», una struttura che misura venti metri di lunghezza per dieci larghezza.
TRASFERIMENTO SALTATO – Impossibile trasferire altrove questa scoperta archeologica, come era stato ipotizzato inizialmente. La soluzione è rimettere in piedi il monumento, un imponente mausoleo alto una quindicina di metri, interamente in marmo comprese le tegole del tetto.
Sembra un’immagine degli scavi al Foro alla fine dell’Ottocento, quando Giacomo Boni riportò in luce il cuore del sistema imperiale. In mezzo a lacerti di grandi dimensioni si aggirano gli archeologi, i rilevatori, i geologi, guidati da Daniela Rizzo. L’emozione è forte.

SETTE METRI SOTTO I BINARI – Sette metri sotto il livello della ferrovia, la Roma Viterbo che lì vicino ha la stazione Due Ponti, ecco il grande monumento che giace intorno al nucleo cementizio con un centinaio di grandi frammenti architettonici che andranno ricomposti. Sorge accanto a un lungo tratto dell’antica Flaminia, con i suoi basolati scuri vulcanici, ad alcuni recenti funerari in laterizio, a altri due monumenti-mausoleo a tamburo in origine merlati un po’ come la tomba di Cecilia Metella sull’Appia. Due merli sono stati appena ritrovati accanto alle basi dei monumenti che mostrano i nuclei di calcestruzzo e di laterizio.

COLONNE E TIMPANO – Poco oltre ecco il terreno disseminato di frammenti marmorei del mausoleo del «generale». Capitelli corinzi, colonne scanalate (la più luna misura quasi 7 metri), pezzi del frontone del timpano, strutture del soffitto a cassettone con rosoni, l’acroterio, cornici, fregi.
In tutta questa massa di marmo emerge superba l’iscrizione per Marco Nonio Macrino, compagno e «legatus» dell’imperatore Marco Aurelio, che fin dall’inizio dello scavo ha consentito un’attribuzione certa del monumento di cui pian piano è affiorata l’importanza progressiva.
TEMPIETTO DA 15 METRI – Spiega Daniela Rossi: «Tutto questo fa parte di un monumento a tempietto alto una quindicina di metri. Sappiamo ora che il mausoleo era provvisto di un timpano con quattro colonne sul davanti e sopra un acroterio. Il tetto a due falde è eccezionale, tutti i suoi componenti tegole comprese sono in marmo». L’interno del mausoleo è costituito da una cella sepolcrale con muri perimetrali e fregi d’acanto»

I FASCI LITTORI – «Di là dalla via Flaminia c’è poi un altro mausoleo – prosegue l’archeologa -, di cui sono state riportate in luce lastre con i fasci littori». Tutto il sito, che prevede altri due mesi di scavi, trasuda storia. La scoperta più avvincente è avvenuta quando gli archeologi hanno guardato i due cordoli di pietra rialzati che chiudono la carreggiata della Flaminia, la «crepidine».
Con stupore sono state trovate pietre messe per lungo che in realtà sono appartenute a tombe di soldati, probabilmente narbonensi, quasi certamente frutto di un cimitero nato dopo la battaglia di Ponte Milvio. Ci sono iscrizioni che riguardano soldati di Mediolanum, Como, Vienna.
Il sito copre un arco di storia che va dal I secolo avanti Cristo al II dopo Cristo. Trecento anni, con al centro la fantastica tomba di Marco Nonio Macrino, venuto da Brescia, che se non è il gladiatore è stato certamente un grande generale dell’imperatore Marco Aurelio. Con lui la moglie, colta a statura naturale nella classica posizione della «pudicizia» romana.

19 agosto
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Bronzi di Riace

I Bronzi di Riace sono una coppia di staute bronzee di provenienza greca, tra le pochissime oggi esistenti, risalenti al V secolo a.C.. Furono rinvenute nei pressi di Riace in provincia di Reggio Calabria nel 1972. I Bronzi di Riace si trovano al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria e nel corso degli anni sono diventati uno dei simboli della città.

Analisi delle Statue

Lo studio dei materiali e della tecnica di fusione rivela la sostanziale differenza tra le due statue. Vanno infatti attribuite a due artisti differenti e a due distinte epoche. In base ai confronti stilistici, il Bronzo A risale al 460 a.C., in periodo severo; mentre il Bronzo B al 430 a.C., in periodo classico. I Bronzi di Riace presentano una notevole elasticità muscolare essendo raffigurati nella posizione definita a chiasmo. In particolare il Bronzo A appare più nervoso e vitale, il Bronzo B sembra invece più calmo e rilassato. Le statue trasmettono una notevole sensazione di potenza, dovuta soprattutto allo scatto delle braccia che si distanziano con vigore dal corpo. Il braccio piegato sicuramente sorreggeva uno scudo, l’altra mano certamente impugnava un’arma. Il Bronzo B ha la testa modellata in modo strano, apparendo piccola, perché consentiva la collocazione di un elmo in stile corinzio.

Ritrovamento e restauro

Il 16 agosto 1972 Stefano Mariottini, giovane sub romano, si immerge nel Mare Jonio, a 300 metri dalle coste di Riace in provincia di Reggio Calabria e ritrova casualmente ad 8 metri di profondità due statue di guerrieri greci. Diventeranno famose in tutto il mondo come i Bronzi di Riace.
Nella circostanza, l’attenzione del subacqueo fu attratta dal braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata “Statua B”, unica parte delle due statue che emergeva dalla sabbia del fondo del mare. Per recuperare le due statue, i Carabinieri del nucleo sommozzatori, utilizzarono un grosso pallone di plastica che fu gonfiato con l’ossigeno contenuto nelle bombole da sub.
Così il 20 agosto fu recuperata la “Statua B”, mentre il giorno successivo toccò alla “Statua A”, che ricadde al fondo una volta prima d’essere portata al sicuro sulla spiaggia.
Durante i primi interventi di pulitura dalle concrezioni marine, eseguite dai restauratori del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Fu confermata infatti la prima ipotesi secondo la quale i bronzi dovevano essere autentici esemplari dell’arte di cultura greca del V secolo a.C. venuti ad affiancare quindi le pochissime statue in bronzo che sono giunte fino ai noi complete, come ad esempio quelle conservate in Grecia: l’”Auriga” del Museo di Delfi e il “Poseidon” di Capo Artemisio, del Museo Archeologico di Atene.
A Reggio l’equipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un completo e valido restauro delle statue utilizzando solo i limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio. Fu allora che si decise di trasferire le due statue al moderno Centro di Restauro della Soprintendenza della Toscana, presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze-Rifredi, costruito dopo l’alluvione del 1966.
Oltre alla pulizia totale delle superfici con strumenti spesso progettati appositamente, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerene la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo.
Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della “Statua B” e l’avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono di una fusione diversa dal resto della statua. Furono saldati in epoca successiva alla fusione di tutta la statua in sostituzione delle braccia originali, o per ovviare ad un danneggiamento sopravvenuto quando la statua era già in esposizione; o ancora per modificare la posizione delle braccia allo scopo d’adattare la statua ad un’utilizzo diverso da quello iniziale.
Durante la meticolosa pulizia si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della “Statua A” e per le ciglia d’entrambe le statue; avorio e calcare per le cornee degli occhi; rame per le labbra e le areole dei capezzoli di tutte e due le statue.
Le operazioni di restauro che durarono cinque anni fino al 1980, si conclusero con l’esposizione dei due Bronzi al Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio all’impegno tecnico e al lavoro compiuto dagli addetti al Centro di Restauro fiorentino.
Fu proprio quest’esposizione del 15 dicembre 1980 che ponendo per sei mesi le due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino fece da primo detonatore per il non più tramontato clamoroso entusiasmo, nazionale ed internazionale, per i due Bronzi trovati a Riace. Poi furono esposte a Roma, riscuotendo nuovamente un grande successo.
Pur essendo stato fatto un trattamento conservativo durante il restauro fiorentino, nei primi ’90 del secolo scorso sono comparsi numerosi fenomeni di degrado che hanno consigliato lo svuotamento totale del materiale anticamente servito per modellare le figure e parzialmente lasciato dai restauratori fiorentini all’interno delle due statue.
Terminata la pulizia interna nel 1995, dopo aver subito un trattamento anticorrosione i due Bronzi sono stati nuovamente collocati nella grande sala, tenuta a clima controllato con l’umidità al 40-50% e la temperatura a 21-23 gradi.

Studi sulla provenienza e sugli artefici secondo il prof. Moreno

Il Bronzo A (il giovane) potrebbe raffigurare Tideo, un feroce eroe dell’Etolia, figlio del dio Ares e protetto dalla dea Atena.
Il Bronzo B (il vecchio) sarebbe invece Anfiarao, il profeta guerriero che profetizzò la propria morte sotto le mura di Tebe.
Tutti e due infatti parteciparono alla mitica spedizione della città di Argo contro quella di Tebe che, come lo stesso Anfiarao aveva previsto, ebbe conclusione disastrosa.

Identificazione degli artisti

Prima del restauro eseguito a Firenze, i Bronzi erano pieni della cosiddetta terra di fusione. Analizzando la terra estratta dai fori nei piedi, si scoprì che quella presente nel Bronzo B proveniva dall’Atene del V secolo a.C., mentre quella presente nel Bronzo A dalla pianura dell’antica città di Argo risalente allo stesso periodo.
Dallo stesso studio si evince che le statue furono fabbricate con la fusione diretta, un metodo poco usato che non consentiva errori quando si versava il bronzo fuso perché dopo, il modello originale andava per sempre perduto.
Dunque la provenienza della terra e l’analisi della tenica usata inducono a pensare che:
l’autore del Bronzo A (Tideo, il giovane) sia Agelada, uno scultore di Argo che, lavorava presso il santuario di Delfi verso la metà del V secolo a.C.. Questa tesi viene avvalorata dal fatto che Tideo assomiglia parecchio alle decorazioni presenti nel tempio di Zeus a Olimpia.
L’ipotesi dell’archeologo greco Geòrghios Dontàs riguardo al Bronzo B (Anfiarao, il vecchio) viene confermata dai risultati delle analisi, quindi a scolpirlo fu Alcamene, originario di Lemno, onorato di cittadinanza ateniese per la sua bravura artistica.

Esame dei documenti storici

Non meno importante è lo studio dei documenti storici di Pausania, che scrisse una sorta di guida turistica della Grecia tra il 160 e il 177. Pausania descrive un monumento ai Sette contro Tebe nell’agorà di Argo, gli eroi che fallirono l’impresa, e gli Epigoni (i loro figli) che affrontarono nuovamente l’impresa con successo. Il monumento ad Argo comprendeva una quindicina di statue, delle quali facevano parte i due Bronzi di Riace, adornate di di lance, elmi, spade e scudi (lo si evince sia dalla posizione delle braccia che dal ritrovamento successivo del bracciale di uno scudo in bronzo, sugli stessi fondali di Riace).

Altre Ipotesi

I due Bronzi trovati nel mare di Riace, opere certe dell’arte greca del V secolo a.C., dal momento del ritrovamento hanno stimolato gli studiosi alla ricerca della loro identità e del possibile loro autore.
La parte superiore della Statua A (parte che appare alquanto statica) ricorda alcuni modi dello Stile Severo della prima metà del V secolo a.C., mentre la Statua B, con la sua esatta e naturale presenza nello spazio, è la dimostrazione di quel superamento d’ogni rigidezza nella figura, che la statuetta di cultura greca incominciò a presentare solo nel corso della seconda parte del V secolo a.C.
È stata avanzata l’ipotesi che la Statua A sia opera di Fidia (o della sua cerchia), e risalga intorno al 460 a.C.; e che la Statua B sia da collegare a Policleto, nella torsione del busto e nella posizione di riposo della gamba sinistra, realizzata perciò alcuni decenni dopo, verso il 430 a.C.
Nella ricerca degli autori, sono stati fatti anche i nomi d’altri famosi bronzisti dell’antichità, fra i quali Pytaghoras (Pitagora da Reggio), attivo dal 490 al 440 a.C., autore di molte statue ricordate in Grecia e Magna Grecia, che fu capace per primo di rappresentare minutamente sia i capelli che altri particolari anatomici, come ad esempio le vene.
Insieme alle congetture sui possibili autori, si sono fatte avanti ipotesi che riguardano, da una parte, l’identità di due personaggi raffigurati, dall’altra, quali località del mondo di cultura greca li ospitassero.
Per quanto concerne l’identità delle due statue, certamente ci troviamo di fronte a due opere che raffigurano divinità od eroi, perché la realizzazione di statue simili a queste, anticamente, era sempre dovuta alla committenza di una città, o di una comunità, che celebrava così gli Dei, o i propri eroi, impegnando un artista, per oltre un anno di lavorazione per ogni statua, e in più, mettendogli a disposizione un materiale, il bronzo, molto costoso.
Fino ad oggi, le ipotesi fatte sull’identità dei due personaggi, citando divinità ed eroi dell’antica comunità greca, non essendo sostenute da indizi reali, non sono riuscite a diradare il mistero che avvolge questo lato della vicenda dei Bronzi.
Invece, riguardo alle località che anticamente possono aver ospitato ogni singola statua (al di là dell’ipotizzata provenienza da Taranto, Locri Epizefiri, Olimpia, Atene), si è seguito l’indizio reale costituito dai tenoni ancora presenti, al momento del ritrovamento, sotto i piedi dei due Bronzi – tenoni usati originariamente per ancorarli alle basi in pietra.
I calchi dei tenoni, seguendo una delle ipotesi più affascinanti, sono stati trovati nei Donari del Santuario di Apollo a Delfi, dove però non hanno trovato collocazione giusta in nessuna base di monumento ancor’oggi esistente, facendo restare non dimostrata anche quest’ipotesi della provenienza delle due statue (o di una), da qualcuno degli ex-voto ai lati della Via Sacra del Santuario che, al tempo, ospitava circa un centinaio di statue d’eroi della comunità greca.
Come l’attribuzione dell’autore e l’identificazione delle due statue, è anche avvolta nel mistero la località d’origine del viaggio di queste statue, perché la nave che li trasportava si trovava lungo una rotta marittima, normalmente seguita tra Grecia, Magna Grecia e Italia tirrenica (e viceversa) che, per questo, non ha potuto dare indicazioni, né sulla località d’inizio, né sulla destinazione finale del viaggio.
Oggi all’interno del grande mistero che avvolge questo ritrovamento, l’unica ammissibile certezza è quella riguardante la ragione della presenza delle due statue proprio su quella nave che fece naufragio, o che si liberò del peso delle due statue per non affondare.
Infatti, essendo le due statue praticamente integre (non in pezzi, com’erano invece le statue, sicuramente avviate alla fusione, trasportate dalla nave del “Filosofo”); avendo, ambedue le statue, alla base dei piedi, i tenoni in piombo, che indicanocome fossero già state fissate su basamenti, quindi già esposte in pubblico; tenendo conto della probabile loro realizzazione in tempi differenti, quindi che non erano state ideate per essere coppia, all’origine; prendendo in considerazione tutto questo, si può verosimilmente pensare che la nave facesse un trasporto per commercio antiquario di statue, che non erano più riconosciute come simboli, ma considerate solo come opere d’arte. Su di esse, forse, s’intervenne per riadattarle a sembrare coppia, come potrebbero indicare il braccio destro e l’avambraccio sinistro della “Statua B”, accertati d’altra fusione per un intervento che può avere il doppio significato di restauro antico o di modifica intenzionale.
Come conseguenza di questa ragionevole certezza di commercio antiquario, si può anche ipotizzare l’arco di tempo nel quale avvenne il trasporto e l’affondamento delle due statue: tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quindi durante il periodo in cui fu forte l’innamoramento romano per la cultura greca.
Per la realizzazione delle due statue, con una lega di rame e stagno risultata diversa per ognuno dei due Bronzi, furono saldati fra loro vari pezzi (testa, braccia, mani, busto e gambe, parte anteriore dei due piedi), fusi utilizzando la tecnica detta “a cera persa”, consistente nel rifinire, sopra una forma d’argilla già abbozzata dall’artista, l’immagine voluta per la statua, usando della cera – certo più facile da modellare – che aveva lo spessore finale desiderato per il bronzo (7-8 millimetri per le statue di Riace, come si deduce dallo spessore del loro metallo nel busto). La cera veniva poi rivestita di materiale refrattario, che avrebbe resistito al calore del bronzo fuso, nel quale si facevano delle aperture, da cui la stessa cera poteva fuoriuscire, dopo essere stata riscaldata. A questo punto del processo di lavorazione, c’era uno spazio vuoto tra la forma più interna abbozzata in argilla e il rivestimento di materiale refrattario. In quest’intercapedine, che esternamente aveva la forma voluta dall’artista, veniva colato il bronzo fuso che riempiva il vuoto lasciato dalla cera. Avvenuto il raffreddamento del metallo, si toglieva il materiale refrattario esterno, mentre veniva lasciata imprigionata nel metallo quella parte della forma interna che non si riusciva ad estrarre.
A seguito del restauro terminato nel 1995, il materiale interno ai Bronzi ha rivelato la tecnica usata per realizzare la forma delle due statue. Si è appreso che, intorno al simulacro iniziale, il modello finale (prima del perfezionamento nei dettagli con la cera), fu realizzato sovrapponendo varie centinaia di strisce d’argilla, rese facili da manipolare perché vi erano stati mescolati peli d’animali. Era questo un modo di lavoro particolarmente difficile e lento, che però alla fine riusciva a far crescere nel modo voluto le masse del corpo e dei muscoli, come dimostrano le stratificazioni concentriche dell’argilla trovata nelle gambe e nel torace dei due Bronzi. Il materiale, argilla costituita da prodotti di disgregazione di rocce calcaree, recuperato dall’interno delle statue durante l’ultimo restauro (quasi 60 kg per statua), per la prima volta è stato conservato per restare a futura disposizione d’archeologi e studiosi.
Mancando un archivio mondiale sul materiale interno, che permetta di confrontare il dato concreto delle informazioni emerse dalle terre d’ognuno dei due Bronzi, con dati provenienti da altre fusioni, oggi solo un’indagine di tipo veramente approfondita potrebbe fa localizzare l’officina nella quale ogni statua fu realizzata perché sarebbe necessario identificare, in campioni provenienti da tutte le cave del Mar Mediterraneo, quegli elementi caratterizzanti che sono stati scoperti nel materiale presente all’interno di ciascuna delle due statue.
Domani, conseguenza di questa prima banca dati, il confronto con altri materiali di fusione potrà dare la possibilità di trovare un filo d’Arianna che abbia la capacità condurre gli studiosi a ricostruire la storia di queste due statue restituiteci nel 1972, per un caso fortunato, dal mare di Riace.

19 agosto
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I templi in Sicilia orientati verso il Sole meglio di quelli greci

I templi, di epoca classica, localizzati in Sicilia sono orientati a Est, dove sorge il Sole; ma l’orientamento solare non è così evidente, invece, in quelli della Grecia.

Non tutti i templi greci sono costruiti in asse con il sorgere del Sole. Quelli, di epoca classica, localizzati in Sicilia sono orientati a Est, dove sorge il Sole; ma l’orientamento solare non è così evidente, invece, in quelli della Grecia. A notare la strana incongruenza tra il paese d’origine del culto e il ‘paese di importazione’ è stato Alun Salt, docente dell’Istituto di Archeologia dell’università di Leicester nel Regno Unito, che ha condotto un’indagine sull’orientamento astronomico dei templi classici della Sicilia, confrontandolo con le osservazioni sull’orientamento dei tanti templi situati in Grecia.
La scoperta della ricerca ‘The astronomical orientation of ancient greek temples’, pubblicata sulla rivista Plos One, è sorprendente: i templi di Agrigento in Sicilia sono più ‘greci’ dei templi greci della penisola ellenica, perché sono orientati a Est come dovrebbero esserlo, in effetti, tutti i templi ellenici. L’archeologo Salt ha infatti scoperto che almeno 40 dei 41 templi siciliani dell’allora Magna Grecia affacciano, non a caso, a Oriente. Non si può dire la stessa cosa per quelli eretti un po’ ovunque nella penisola ellenica: sugli 84 analizzati è infatti risultato che solo 42 sono perfettamente allineati secondo un orientamento Est-Ovest.

“Il risultato è molto meno notevole rispetto a quello riscontrato in Italia”, ha osservato lo studioso, cercando di interpretarlo in questo modo: i templi greci originali dell’epoca classica (400 a.C.) erano costruiti in siti ritenuti sacri da generazioni, sopra i resti degli edifici micenei (megaron). I templi in Sicilia, invece, erano edificati ‘ex novo’ vicino alle città dai coloni che si sentivano emigrati in terre lontane e riproducevano la pratica religiosa del loro paese d’origine allo stato puro, essendo svincolati dai precedenti e vincoli storici (sostruzioni più antiche). L’autoidentificazione dei greci siciliani con i greci della madre patria li avrebbe resi addirittura più intransigenti nel rispetto del culto.

19 agosto
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Tarquinia, aperta la tomba della Regina: rimossa dopo 2700 anni la lastra di pietra

TARQUINIA – Una camera di piccole dimensioni, 4 metri per 2,5, intatta, corredata con intonaci dipinti, invasa da terriccio nella parte anteriore, mentre la parte posteriore è libera e lascia intravedere dei manufatti che potrebbero essere dei letti funerari o le componenti in pietra di un altare. È quanto si sono trovati davanti gli archeologi dell’Università di Torino e della Soprintendenza all’Etruria Meridionale quando, dopo 2.700 anni, hanno rimosso la grande lastra di pietra che sigillava l’ingresso di una camera secondaria, scoperta nei giorni scorsi, nel cosiddetto Tumulo della Regina, nella necropoli di Tarquinia, in provincia di Viterbo. «Probabilmente – dice il professor Alessandro Mandolesi, direttore degli scavi – quello appena rimosso potrebbe essere l’ultimo grande lastrone in pietra giunto intatto fino a noi. Nei prossimi giorni effettueremo accurate indagini nell’ambiente riportato alla luce, nel quale, al momento, si possono rilevare tracce del raro intonaco originario e altro materiale archeologico».

Il Tumulo della Regina è un’imponente struttura architettonica di circa 40 metri di diametro, costruita per un personaggio di spicco del VII secolo a.C., vicino alla figura dei re etruschi, i Lucumoni. Il sepolcro si ispira a tombe reali che si ritrovano soltanto nella necropoli regale di Salamina, nell’isola di Cipro. Secondo Mandolesi «è molto probabile che il modello sia stato introdotto in Italia centrale da architetti di formazione orientale, sbarcati a Tarquinia circa 2700 anni fa».

19 agosto
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Scoperta ad Assuan la più antica effigie di un sovrano dell’Alto Egitto

Gli archeologi italo-statunitensi hanno studiato e ricostruito in digitale le incisioni rupestri di Nag el-Hamdulab risalenti al 3200 a.C. scoprendo la più antica immagine di un re sacerdote con la corona bianca dell’Alto Egitto e una delle più antiche iscrizioni geroglifiche.

La scoperta straordinaria arriva dalla missione “The Aswan-Kom Ombo Archaeological Project” (AKAP) nata dalla collaborazione tra Università di Yale e il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna. Gli studiosi italo-statunitensi, assieme ai colleghi della Provinciale Hogeschool Limburg in Belgio, hanno completato la prima documentazione digitale e grafica di Nag el-Hamdulab, sito di arte rupestre scoperto alla metà del ’900 dal famoso egittologo egiziano Labib Habachi, nei deserti alle spalle del villaggio omonimo, situato sulla riva occidentale del Nilo a nord di Assuan.
Le immagini e l’iscrizione geroglifica costituiscono la prima, straordinaria raffigurazione di un giubileo regale completo di tutti gli elementi che lo caratterizzeranno nei periodi successivi, tra cui il faraone con indosso la corona bianca dell’Alto Egitto, accompagnato dal cosiddetto “Seguito di Horus” ossia la corte regale, come si conosce da fonti proto-dinastiche.

Il ciclo figurativo risale probabilmente al 3200 a.C., che corrisponde alla parte finale della cultura preistorica di Naqada, in un momento collocabile cioè tra il re Scorpione ossia il primo re della dinastia Zero (cui è da attribuirsi con ogni probabilità, la tomba Uj ad Abydos) e Narmer, sovrano della Prima dinastia.

Le scene individuate ad Assuan sono uniche e importantissime poiché consentono di “fissare” sulla roccia il momento di passaggio tra i temi raffigurati nel periodo predinastico, ossia processioni di barche e animali quali simboli del potere regale, al repertorio propriamente dinastico dove la figura regale, posta al centro della scena, domina gli eventi. E’ proprio il potere del faraone a emergere dalle scene di Nag el-Hamdulab, ritratto nelle vesti di supremo sacerdote, figura-simbolo del potere terreno e divino. Immediato il suo riconoscimento nella scena grazie alle insegne regali che lo contraddistinguono: la corona bianca dell’Alto Egitto, qui documentata nella sua forma più antica.

La scoperta è eccezionale anche perché fra le scene figurative è stata individuata una delle prime iscrizioni geroglifiche.

Nell’iscrizione presente a Nag el-Hamdulab si fa riferimento ad un luogo e ad una barca appartenente ad un non meglio specificato “seguito di”. L’espressione sembra essere un chiaro riferimento alla “corte di Horus” come confermano i primi testi, tra cui in particolare gli annali della pietra di Palermo, dove la raffigurazione di un’imbarcazione è appunto associata all’espressione “corte di Horus”. Con lo stesso termine nei documenti della Prima dinastia si riferisce ai viaggi del re e della sua corte, apparentemente finalizzati alla riscossione delle tasse, pratica che in seguito prenderà la forma della ben nota tassa biennale sul bestiame. Il testo, nel riferirsi a una barca della “corte di Horus”, rappresenta la prima e più antica testimonianza della pratica di riscossione di tasse da parte del faraone e la prima e più antica forma di controllo economico sull’Egitto e probabilmente anche sulla Nubia.

Questo studio, grazie all’innovativo approccio metodologico ha permesso di documentare dettagliatamente, sia in formato digitale che cartaceo, un complesso di raffigurazioni rupestri prima del tutto sconosciute. La ricostruzione della scena principale, recentemente danneggiata in modo irreparabile a seguito di atti vandalici, è stata possibile grazie alla disponibilità delle foto originali scattate da Habachi (messe gentilmente a disposizione dalla Chicago House di Luxor dell’Istituto Orientale dell’Università’ di Chicago).
Per la sua importanza, la scoperta del sito ha già richiamato l’attenzione dei media: un documentario realizzato in Germania è andato in onda ad Aprile sui canali satellitari ARTE e ZDF e nei prossimi mesi sarà trasmesso su History Channel.

Lo studio epigrafico e digitale è stato realizzato da:
John Darnell, Professore di Egittologia Università di Yale
Stan Hendrickx, Professore di Storia dell’Arte, Provinciale Hogeschool Limburgo, Belgio
Maria Carmela Gatto, Assegnista di Ricerca, Yale University, AKAP Coodirettore
Antonio Curci, Ricercatore, Dipartimento di Archeologia-Università di Bologna, AKAP Coodirettore
Alberto Urcia, collaboratore, Dipartimento di Archeologia-Università di Bologna.
Merel Eyckerman, disegnatrice, Provinciale Hogeschool Limburg, Belgio

 
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